Una notte tranquilla.

Cammino dove ho già camminato un milione di volte, lungo la strada che taglia in due il parco dove ho guidato il mio primo motorino, dove ho fumato la prima sigaretta e dato il primo bacio. Nelle cuffie suona una morbida chitarra folk. È mezzanotte, ma il cielo è rossastro lungo la linea degli alberi. Non ci sono stelle, non c’è luna che possa lenire la mia nostalgia, solo odore d’erba e di campi bagnati dall’aria di primavera. Passo affianco a dove giocavo a calcio da bambino insieme ai miei fratelli.

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Se mai diventassi Presidente

“Per favore mamma, non essere arrabbiata con me. Son dovuto partire nella notte, e non ti ho salutato per paura di come tu avresti potuto provare a dissuadermi dal farlo. Ma io non ce la faccio a vivere così, a Kallstadt, tra le rovine umane di una regione impoverita dalle guerre, tra le vigne spoglie che ci ricordano un passato che non c’è più.

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Storie fantastiche e musiche infinite.

Parlavo con un conoscente di origini pugliesi convinto che l’immigrazione sia una piaga sociale, e mi sono chiesto: “Chi è il migrante del ventunesimo secolo?”. Una persona che cambia terra, che cambia casa, che si spinge attraverso linee immaginarie per motivi sociali, politici, economici. Così è nel 2016, così era negli anni ’60, quando intere popolazioni si spostavano dal sud al nord Italia perseguitate da denigrazioni e stereotipi di ogni tipo;

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L’ultimo giorno di guerra.

“Possa questo essere l’ultimo giorno di guerra.” Con queste parole, visibilmente rotte dall’emozione, il leader delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) Rodrigo Londono stringe la mano all’attuale presidente colombiano Juan Manuel Santos, alla presenza dei vertici dell’ONU, decretando così la fine di una delle guerre civili più longeve della storia dell’uomo.

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In uno sguardo

Tu, uomo, hai negli occhi le fiamme del centro della Terra mentre scorri tra la gente, perso nello sguardo, duro nella scorza, invincibile nel cuore. Tu, che non hai più paura di alzarti la mattina per combattere la vita, hai i bicipiti di chi ha saputo rialzarsi, e la stima di me che sono solo un piccolo punto sulla tela del tuo viaggio terreno.

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Come ti vuole il mondo.

Qualche tempo fa ho partecipato a un colloquio di lavoro, uno di quei colloqui multilivello dove si assiste inermi alla più feroce e meno meritocratica delle scremature. Ho passato con successo e senza troppo impegno questo colloquio, successo che sarei ipocrita a definire inaspettato perché sono una persona che in questo genere di situazioni fa tendenzialmente una buona impressione.

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Ho sognato tre persone.

Ho sognato tre persone che nella realtà non esistono, o forse si.
Il comandante Patrick Trudot dell’esercito francese, che col suo IPhone 6S Plus informa la moglie a Nizza che l’attacco preventivo in Siria è andato come da copione, tutto liscio come l’olio, e che quei “bastardi musulmani” perderanno questa guerra; Emilio, giovane agguerrito di destra, residente a Mariano Comense, figlio di un’antica nostalgia a lui estranea, che col suo nuovo smart-phone, regalato dal ricco zio di Predappio, vomita su un social network qualunque il suo insensato odio contro i profughi di guerra che, a suo modo di vedere le cose, presto brulicheranno per le strade di tutta Italia come Unni; infine il giovane austriaco Hans, poliziotto di frontiera, costretto a respingere la speranza di chi fugge sul Brennero nonostante la donna che ami, e alla quale scrive ogni sera messaggi d’amore, sia figlia di un modesto commerciante di Aleppo.

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Ferro e sangue

“Ci hanno svegliato più presto del solito questa mattina. Ci hanno detto di muoverci, di fare veloci, ho sentito che dicevano che per noi questo era un giorno molto importante.

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Lo stesso identico amore

Oggi mi sono sforzato di ricordare la prima volta che da ragazzino mi sono trovato a fare i conti con l’amore: il senso di vuoto nella cassa toracica, l’intestino che sembrava uscirmi dalla gola. Farfalle, libellule, cavallette ed altri animali simili che mi svolazzavano nello stomaco, e il cuore che batteva tanto forte…

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